giovedì 16 dicembre 2010

L' avvoltoio

C’era un avvoltoio che menava colpi di becco contro i miei piedi. Avendo rotto gli stivali e slabbrato le calze, già beccava proprio le dita. Continuava a menare fendenti, poi volò inquieto più volte intorno a me e si rimise all’opera.
Passò un signore, guardò per un momento e poi chiese perché sopportassi quell’avvoltoio.
"Sono inerme", dissi, "è arrivato e si è messo a darmi colpi di becco, naturalmente volevo cacciarlo via, ho perfino cercato di soffocarlo, ma una simile bestia ha grandi energie, stava già per saltarmi in faccia, allora ho preferito sacrificare i piedi. Ora sono quasi dilaniati."
"Perché lasciarvi tormentare così, aggiunse quello, "uno sparo e l’avvoltoio è liquidato."
"È così?", chiesi, "e vorrebbe farlo lei?"
"Volentieri", rispose il signore, "devo soltanto raggiungere casa e prendere il fucile. Ce la fa ad aspettare ancora mezz’ora?"
"Non lo so", dissi, e rimasi come irrigidito dal dolore, poi continuai: "La prego, ci provi in ogni caso".
"Bene", ribadì il signore, "mi affretterò."
L’avvoltoio durante la conversazione aveva ascoltato tranquillo e il suo sguardo vagava fra me e il signore. Mi accorsi che aveva capito tutto, si alzò in volo, indietreggiò per prendere lo slancio sufficiente e, come un lanciatore di giavellotto, lanciò il becco nella mia bocca, a fondo, dentro di me. Cadendo all’indietro, liberato, sentii che nel mio sangue che riempiva tutte le cavità, che superava ogni argine, l’avvoltoio irrimediabilmente affogava.


Franz Kafka

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