martedì 23 novembre 2010

Io

La gente che passa e che m’interroga,
le persone che incontro, gli effetti su di me dei miei
primi anni o del quartiere, della città, della
nazione in cui vivo,
gli avvenimenti recenti, le scoperte e invenzioni, le
società, gli autori vecchi e nuovi,
il pranzo, gli abiti, i compagni, il bell’aspetto, i
complimenti, i doveri,
l’indifferenza reale o immaginaria di qualcuno che amo,
la malattia d’uno dei miei o mia, le malefatte, la
perdita o la penuria di denaro, le depressioni o l’euforia,
le battaglie, gli orrori della guerra fratricida, la
febbre delle dubbie notizie, lo spasmo degli avvenimenti,
tutto questo mi arriva giorno e notte, e se ne va,
ma non sono il mio Io.
Separato da ciò che attira e trascina sta quello che io sono,
se ne sta divertito, compiacente, compassionevole,
inattivo, unitario,
guarda dall’alto, è eretto, o appoggia un braccio a un
impalpabile sicuro sostegno,
con la testa piegata di lato, curioso di ciò che verrà dopo,
dentro e fuori del gioco, osservandolo e meravigliandosi.
Ripenso ai giorni passati quando mi affaticavo nella
nebbia con linguisti e dialettici,
non ho battute o argomenti, io testimonio e attendo.
Io credo in te anima mia, e l’altro che io sono non
deve umiliarsi davanti a te nè tu davanti a lui.
Ozia con me sopra l’erba, rimuovi il groppo dalla gola,
io non chiedo parole, nè musica, nè rime, nè
conferenze o patrocini, sia pure i migliori,
solo la nenia mi appaga, il mormorio della tua voce a
bocca chiusa.

Walt Whitman

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